Impressioni di un topo di biblioteca - 2012 Parte 2
E andiamo avanti con questa carrellata :) Oggi tratterò di Inheritance e Il giovane Holden!
Inheritance (Christopher Paolini)
Eragon: a quindici anni mi sembrava di aver letto chissà cosa. Certo, c’erano cliché che non sfuggivano neppure ad un quindicenne con un minimo di cultura pop (Star Wars e Signore degli Anelli, insomma), ma i primi due terzi di trilogia facevano sperare in un finale “in crescendo”. Dopo quattro anni di attesa, scoprimmo che la Trilogia era divenuta una Tetralogia, e questo perpermettere a Paolini di infarcire il suo terzogenito, Brisingr, di capitoli che dovrò definire autocompiaciuti per via dell’inutile dettaglio con cui esponevano gli aspetti più disparati della vita di Alagaësia. E ora, Inheritance. O, buon Dio.
Stavolta Eragon si mette in cerca degli Eldunarì (per i profani: delle pietre contenenti la coscienza e la forza magica di draghi fisicamente morti), che dovrà usare per sconfiggere Galbatorix. E già qua uno si fa delle domande. Ma se questi draghi sassosi erano così potenti da mantenere incantesimi complicatissimi per tenersi nascosti (SPOILER nessuno a parte Eragon e Saphira riesce a ricordare anche solo il nome del nascondiglio, anche se gli è stato detto un minuto prima), perché non hanno usato quello stesso potere per rintracciare qualche alleato in tutti questi anni? E ancora: perché Galbatorix non esce dal suo castello quando potrebbe massacrare i suoi nemici con uno schiocco di dita? Perché le trame secondarie si concludono tutte insieme nell’arco di un centinaio di pagine (quando non vengono abbandonate a loro stesse)?
Ma a parte questi e altri difetti nella storia — e in 800 pagine ce ne sono parecchi, che non elenco per brevità — a dar fastidio è anche lo stile piatto ed esageratamente descrittivo di Paolini. Non scherzo: ho affrontato Inheritance dopo aver finito Infinite Jest, e Paolini mi ha dato più problemi. So che è da stronzi confrontare un plurilaureato come DFW ed un ragazzotto del Montana, ma aver seguito questa serie per cinque anni buoni ed assistere a questa indegna conclusione mi ha reso un po’ caustico.
Insomma, leggete Inheritance solo se avete già letto il resto della storia e volete trarne quel po’ di buono che c’è rimasto. Non iniziate a leggere il ciclo dell’Eredità se non soddisfate almeno uno di questi prerequisiti:
- Avete 14 anni
- Adorate i fantasy (alla follia, intendo)
- Avete letto tutta la letteratura fantasy più famosa e apprezzata.
Il giovane Holden (J.D. Salinger)
Alla sua pubblicazione, The Catcher in the Rye (questo il suo titolo originale) scatenò un putiferio: l’idea che un ragazzo di sedici anni parlasse così maleducatamente e andasse in giro per locali a fumare, bere e flirtare era troppo per l’America del 1951. Probabilmente la vera, innominabile pietra dello scandalo era il disgusto con cui il protagonista trattava la società degli adulti, le convenzioni sociali, i figli di papà dell’Ivy League premiati dalla certezza di un futuro migliore senza aver fatto nulla per meritarlo.
Al giorno d’oggi, questo aspetto passa in secondo piano; in compenso, ciò che resta è la prosa incredibilmente attuale di Salinger. La traduzione italiana, a volte, rischia quasi di rovinare la scorrevolezza con cui Holden parla del più e del meno, mescolando la narrazione con i suoi ricordi.
La trama è limitata all’essenziale: siamo a Dicembre e il protagonista deve tornare a New York perché è stato espulso dalla sua scuola, ma non vuole che i genitori lo vengano a sapere, almeno per il momento. Su questo canovaccio Salinger mette in scena il delicato equilibrio di sensi di colpa, insofferenza e malinconia che si svolge sotto l’indimenticabile cappello da caccia di Holden.
Una lettura coinvolgente e per nulla impegnativa che consiglio a tutti, anche solo per la scena in cui il titolo del libro, quell’enigmatico Acchiappatore nel campo di segale (?!), acquista un senso inaspettato e toccante.
